18.09.2025 , David Hofmann
Trasparenza e qualità delle fonti: come difendersi dalla disinformazione online

Virginia Padovese lavora per NewsGuard come Managing Editor e Senior Vice President Partnership per l’Europa, l’Australia e la Nuova Zelanda. Nata in Italia, si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Trieste nel 2004. Dopo uno stage a Milano nell’ufficio stampa della casa editrice Mondadori Electa, si è trasferita in Australia dove ha lavorato per dieci anni come giornalista radiofonica e digital producer per il programma in italiano dell’emittente multiculturale e multilingue SBS (Special Broadcasting Service). Nel 2018 si è trasferita a New York e ha iniziato a occuparsi di disinformazione con NewsGuard. Ha tenuto lezioni sulla disinformazione in varie università, tra cui La Sapienza di Roma, l’Università di Padova e la Scuola di Giornalismo di Urbino.

Virginia Padovese in conversazione con David Hofmann 

David Hofmann: Signora Padovese, ci può spiegare in breve cos’è NewsGuard e che ruolo svolge?

Virginia Padovese: NewsGuard è un’organizzazione fondata nel 2018 da due giornalisti statunitensi, Steven Brill e Gordon Crovitz, con l’intento di dare un contributo alla lotta contro la disinformazione non verificando la veridicità delle singole notizie, come fanno in genere i fact-checker, ma analizzando le fonti di informazione. In pratica analizziamo i siti che pubblicano notizie e informazioni sulla base di criteri giornalistici apolitici di trasparenza e credibilità per determinare il loro livello di affidabilità
Per esempio, verifichiamo se un sito cita le fonti. Se corregge gli errori e segnala le correzioni in modo trasparente agli utenti. Se distingue chiaramente le notizie dalle opinioni. Se usa titoli fuorvianti. Se è trasparente nell’offrire informazioni su proprietà e finanziamenti, se indica chi sono i responsabili editoriali, se segnala in modo chiaro i contenuti sponsorizzati. Tutti questi criteri, che sono ampiamente riconosciuti a livello internazionale, vengono applicati in maniera rigorosa dai nostri analisti.
Oggi NewsGuard lavora non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, in Australia, in Canada, in Nuova Zelanda. E col tempo abbiamo ampliato le nostre attività: oltre alla valutazione delle fonti facciamo anche analisi su singole affermazioni online, pubblichiamo report settimanali sui trend della disinformazione identificando narrative emergenti, portiamo avanti progetti di educazione ai media per aiutare scuole, biblioteche e utenti a orientarsi in rete in modo consapevole.

DH: Quindi il vostro lavoro si rivolge in primis verso un pubblico ampio che vuole informarsi in riguardo alla qualità di specifici media?

VP: Esatto, ma il nostro lavoro ha due anime. Da una parte ci rivolgiamo agli utenti, come appena detto, e cerchiamo di aumentare la consapevolezza di chi naviga in rete. Dall’altra, offriamo i nostri dati a realtà molto diverse: ricercatori universitari che studiano la disinformazione, agenzie governative che vogliono monitorare la propaganda straniera, aziende di intelligenza artificiale che hanno bisogno di dati affidabili sulle fonti e sulle narrative per addestrare i loro modelli, agenzie pubblicitarie che non vogliono collocare annunci su siti che guadagnano diffondendo disinformazione.
C’è quindi una parte più “not for profit” e una parte commerciale, che serve a mantenere in piedi la struttura. Le entrate derivano proprio dalla fornitura dei dati a chi li utilizza professionalmente.

DH: Arriviamo al tema dell’intelligenza artificiale. Sempre più persone usano i chatbot per cercare informazioni. È semplicemente più conveniente chiedere un informazione ad un chatbot, piuttosto della classica ricerca web. Possiamo fidarci delle loro risposte?

VP: È un tema attualissimo e molto discusso. L’intelligenza artificiale ha offerto possibilità straordinarie, ma si accompagna a rischi altrettanto grandi. Oggi i chatbot vengono spesso usati come motori di ricerca e stanno cambiando il modo in cui le persone consumano le notizie: invece di digitare una domanda su Google, ad esempio, la chiediamo direttamente a un bot. La differenza è che un motore di ricerca ci offre tante fonti che possiamo confrontare, mentre il bot ci dà una sola risposta. Questo cambia radicalmente l’esperienza dell’utente: perdiamo la possibilità di scegliere, di confrontare, di valutare.
L’IA, inoltre, ha reso più facile e veloce produrre testi, immagini e video, e questo vale anche per chi diffonde disinformazione. Con un costo quasi nullo, oggi si possono generare quantità enormi di contenuti falsi o fuorvianti che possono sembrare assolutamente credibili.
Da più di un anno NewsGuard testa ogni mese i dieci chatbot più diffusi nel mercato, analizzando la loro propensione a produrre contenuti falsi quando interpellati su eventi di attualità. Abbiamo raccolto dati per dodici mesi e qualche settimana fa abbiamo pubblicato un report che mette insieme le nostre analisi di un intero anno. Purtroppo i risultati non sono incoraggianti: se nell’agosto 2024 i bot riproducevano disinformazione nel 18% dei casi, nell’agosto 2025 la percentuale è salita al 35%. La percentuale di non risposte, ovvero le volte in cui i bot ci dicono che non ci possono aiutare, è passata dal 31% allo 0%: con l’introduzione delle ricerche sul web in tempo reale, i bot hanno smesso di rifiutarsi di fornire delle risposte, facendo crescere però la possibilità di fornire informazioni inaccurate. Attingendo a un ecosistema informativo spesso inquinato e confuso, finiscono per trarre informazioni anche da fonti poco affidabili.

DH: Alcuni bot forniscono link alle fonti. Non è una garanzia in più?

VP: Dipende. Alcuni non citano le fonti, altri sì, ma a volte finiscono per rimandare a siti inaffidabili, per esempio a fonti responsabili della pubblicazione di propaganda. C’è una rete di centinaia di siti legati al Cremlino che pubblicano una quantità esorbitante di articoli contenenti informazioni false in tante lingue diverse, con lo scopo non tanto di avere lettori quanto di inquinare i dataset usati dai bot in modo da manipolare le loro risposte. Nelle nostre analisi, abbiamo visto come alcuni bot abbiano citato esplicitamente proprio questi siti a supporto delle informazioni offerte in risposta alle nostre domande su argomenti di attualità.

DH: E non sappiamo come scelgono le fonti, manca la trasparenza degli algoritmi.

VP: Qui tocchiamo un altro punto critico. Le grandi aziende non spiegano mai fino in fondo come funzionano i loro sistemi. Questo genera sfiducia, perché non sappiamo su quali basi un bot selezioni le fonti o costruisca le sue risposte.

DH: Quali soluzioni vede per mitigare questi rischi?

VP: Per quanto riguarda l’addestramento dei bot serve prestare attenzione a due fattori. Primo: l’affidabilità delle fonti. Un sito noto per fare disinformazione non può pesare come una testata che segue pratiche giornalistiche responsabili e lavora con trasparenza e affidabilità. Secondo: servono dei guardrails, cioè dei paletti che aiutino il bot a riconoscere affermazioni false già note. Se un utente chiede di ripetere una fake news, il bot dovrebbe dirci chiaramente che quella informazione è falsa e spiegarci perché. Senza questi correttivi rischiamo di trasformare i bot in megafoni della disinformazione.

DH: A livello politico-istituzionale esistono già misure che possono aiutare ad aumentare la trasparenza di algoritmi o in qualche modo tutelare l’IA?

VP: In Europa ci sono diverse regolamentazioni, come il Digital Services Act o l’AI Act. Sono strumenti rivolti soprattutto alle piattaforme e alle aziende tecnologiche, per spingerle ad assumersi responsabilità sempre maggiori e ad agire con misure concrete ed efficaci nel contrasto alla disinformazione e ai contenuti nocivi. Da cittadini possiamo sperare che queste norme vengano applicate in modo serio e possiamo fare pressione sui nostri rappresentanti perché chiedano più trasparenza e più tutela per gli utenti.

DH: Ci sono ulteriori proposte che ha per noi utenti, cos’altro possiamo fare concretamente?

VP: La prima cosa è la formazione, che secondo me deve partire già dalla scuola primaria. I ragazzi imparano velocemente a usare nuovi strumenti, ma non sempre capiscono che cosa significhi usarli in modo consapevole. Serve educare al senso critico e sviluppare la capacità di valutare le fonti e di confrontare fonti diverse.
E poi dobbiamo abituarci a non fidarci automaticamente di quello che vediamo, sentiamo o leggiamo online: un’immagine non è sempre prova della realtà, può essere generata o manipolata dall’IA. Lo stesso vale per audio o per un video. Quindi: verificare, confrontare, cercare fonti affidabili. E quando i dubbi sono troppo grandi, affidarsi agli esperti, lo fanno anche i nostri analisti quando hanno bisogno di analizzare contenuti sospetti in cui la manipolazione con l’IA non è così evidente. È un approccio che richiede tempo e attenzione, ma è l’unico che ci può proteggere.

DH: Non rischiamo allora di tornare a fidarci solo di ciò che vediamo di persona, con i nostri occhi?

VP: È vero, cresce la voglia di esperienze dirette, ma io credo che il giornalismo di qualità rimanga centrale. La differenza la farà il giornalismo credibile trasparente: quello che rafforza il patto di fiducia con i lettori dichiarando le proprie pratiche, citando le fonti, spiegando quando e come usa l’IA. Se una redazione mantiene standard chiari e pratiche responsabili, allora sì, i lettori potranno continuare ad avere fiducia nell’informazione. In fondo, la fiducia è proprio questo: sapere che chi ci informa lavora in modo trasparente e responsabile.