La prima edizione dei Colloqui di Dobbiaco, nel 1985, promosse una riflessione profonda sul ruolo del turismo in Alto Adige, e per molti versi, apparve chiaro a tutti quanto l’industria turistica fosse importante per l’economia alpina: il turismo, infatti, attirava risorse e creava lavoro, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo socio-economico di un territorio periferico, da secoli terra di esodo e di povertà strutturale.
Tuttavia, già allora, nel pieno di uno sviluppo che garantiva un benessere crescente a larga parte della popolazione alpina, si avvertivano i primi sintomi di un impatto sempre maggiore sull’ecosistema vulnerabile delle zone montane. Ecco perché il tema scelto nel 1985 era la possibilità di creare un “turismo diverso”.
Ma qualcosa, da allora, è cambiato: il monito di gestire il territorio in modo responsabile si è fatto sempre più insistente, suggerendo piccoli ritocchi sulle infrastrutture, l’uso di materiali più adatti, valutazioni obbligatorie dell’impatto ambientale prima di realizzare interventi di grossa portata e altri accorgimenti. Ma il vero problema di fondo, ossia la crescita esponenziale del settore turistico, non ha mai subito alcun freno, e le proposte per un “turismo sostenibile” (tema dei Colloqui nel 2015) si sono rivelate illusorie.
Da allora, le previsioni nefaste di un danno irreversibile al paesaggio dolomitico si fanno di anno in anno più inquietanti – ma l’industria turistica cresce di stagione in stagione macinando nuovi primati, come se davvero “solo il cielo” fosse il limite.
Ma allora qualcosa non quadra? Quel fatidico “punto di non ritorno” pronosticato da anni, evidentemente non esiste (o è comunque ancora assai lontano), nessuna delle profezie più allarmistiche si è verificata, e si dà per scontato che ci siano ancora i margini di un’ulteriore crescita del turismo.
Secondo la definizione del sociologo statunitense Robert K. Merton - che introdusse il concetto della “profezia che si autoavvera” (tratto originariamente della narratologia) - nelle scienze sociali e socio-economiche questo meccanismo funziona secondo un teorema mentale: «Se gli uomini considerano reali certe situazioni, esse diventano reali nelle loro conseguenze» (William Thomas), e quindi succede che «una ipotesi o profezia, per il solo fatto di essere stata pronunciata fa realizzare l'avvenimento presunto, atteso o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità».
Esempi di profezie autoavverate abbondano nella teoria della dissonanza cognitiva, e i loro effetti nella realtà concreta sono ben noti (ad esempio l’effetto placebo, oppure i fenomeni di condizionamento sulle piattaforme sociali in Rete, potenziati con appositi algoritmi).
Ma poiché la profezia che si autoavvera è un atto mentale, Merton era convinto che il meccanismo, per quanto potente, si potesse invertire o governare con la capacità di raziocinio, controbilanciando gli effetti potenzialmente distruttivi di una profezia, valutandone analiticamente il rischio o la probabilità, e arginandone così gli effetti se non addirittura azzerandone il pericolo. Così facendo, una volta disinnescata la sua miccia fatale, una profezia può trasformarsi nel suo esatto contrario, ossia in una “profezia che si autosconfigge”, o in una profezia mancata.
Nelle scienze sociali, l’equilibrio tra le due spinte sembra reggere.
Nella mitologia, da dove Merton prese in prestito il concetto della self-fulfilling prophecy, le cose stanno in modo diverso.
Nel mito, la profezia fatale è decisa da potenze divine, senza alcun margine di scampo per l’eroe disgraziato, per quanto egli tenti ogni strategia possibile per sottrarsi al fato. Edipo re, tragico protagonista dell’arci-mito che lo vuole inconsapevole parricida e sposo della madre, cade nel tranello proprio a causa dei suoi vani tentativi di evitare l’avverarsi della profezia. La libertà della mente umana nulla può contro il fato.
Lo stesso verdetto sinistro incombe sul capo di Ulisse, perseguitato dall’ira di Nettuno, signore del mare. L’eroe conosce i rischi, il fato gli è avverso, eppure egli sfida la sorte puntando sull’illusione effimera della fortuna. L’Odissea racconta la storia di quel contrastato nostos di Ulisse, il suo ritorno in patria, reso possibile dalla mente scaltra e spregiudicata dell’eroe, capace di cogliere ogni occasione propizia, per quanto improbabile.
Alla fine, Ulisse tornerà alla sua patria, ma trovando un’Itaca mutata, e dovrà faticare non poco a riprendere il suo posto in un altrove che non lo accoglie a braccia aperte. La fortuna lo riconduce in patria, ma non lo fa sentire “a casa”: il fato severo esige di nuovo che riprenda il viaggio, per sciogliere l’enigma dell’ennesimo oracolo beffardo. Ulisse, eroe dei mille sotterfugi, non avrà pace, poiché la morte gli dovrà essere inflitta dal mare.
I miti antichi li conosciamo, dunque.
Ma i miti moderni ci insegnano che il fato imperscrutabile si può dominare, e che le profezie nefaste si possono dirottare verso esiti più miti.
Chi avrà ragione? L’oracolo di Delfi o la rilettura della “profezia che si autoavvera” in chiave di Merton?